giovedì 12 dicembre 2013


venerdì 12 novembre 2010

mercoledì 8 settembre 2010


Devo fare una confessione:
cari amici, maschi, uomini di pelo, non è bastato il vostro impegno, il sudore, il testosterone versato a combattere tale debolezza...alla fine ci sono caduto anche io: ho visto brokeback mountain.
Non giudicatemi, ho accettato il rischio di essere contagiato solo per la mia incontrollabile passione per il cinema che, offesa fin oggi, alla fine mi ha obbligato a colmare tale lacuna.
Al momento non ho ancora manifestato nessun effetto collaterale. Le mie mutande non hanno ancora messo alla prova la loro elasticità al cospetto di un polpaccio da calciatore ne, tanto meno, al cospetto dei pettorali del primo Bruce Willis televisivo e, se ad oggi, posso ancora vantarmi della verginità di tutti i miei orifizi lo devo solo al più totale e ortodosso rispetto dello statuto che tutti noi Veri maschi abbiamo sottoscritto alla nascita. Però, mi sono chiesto:

mi sarei comunque salvato dalla frocitudine se RAI MOVIE avesse trasmesso la versione integrale? Se non avesse tagliato la scena del bacio e delle effusioni da ricchione avrei comunque conservato la mia integrità di maschio italico?
Me lo chiedo perchè non trovo ragione su tale decisione da parte di un canale televisivo dedicato esclusivamente al cinema e che si promuove come la tv della mostra del cinema di Venezia. Quale ragione giustifica l'infantile taglio di alcune scene innocenti se non il fatto che si tratta di amore omosessuale?
Non capisco perchè se po vede' Lino Banfi (massimo rispetto) che guarda dal buco della serratura Gloria Guida che se insapona la patata e si reputa censurabile un bacio tra due uomini. Non capisco perchè Rossella piuttosto che Signorini possono dare consigli dalla mattina alla sera alle famiglie italiane ma non sarebbe ammissibile vedere un loro bacio...ok ora mi è tutto chiaro, non avevo colto il collegamento.

lunedì 28 giugno 2010


Ogni volta che cercavo di portare il livello del discorso su un piano più accessibile mi trovavo a dovermi scontrare con i soliti intellettualoidi con la puzza sotto il naso.
Ritenevano superfluo ogni tipo sforzo nel coinvolgere i compagni nelle battaglie più nobili quasi fosse una perdita di tempo, ogni volta che rilanciavo il mio proposito di fare un unica battaglia, parlare ad un unico popolo
mi guardavano con aria di sufficienza mista a compassione.
Evidentemente, accettarmi come iscritto per loro era stato già abbastanza.
Strano a dirsi per un un circolo di partito che predicava i valori sociali. Sembrava quasi fosse un club privato dove la teoria della presa di coscienza assomigliava ad una parabola biblica.
Gianni, l'inquilino che abitava subito sopra la sede del circolo, ogni volta che lo incontravo in tram mi diceva che perdevo il mio tempo,
che una partita di scopone sarebbe stata più interessante e divertente. Io mi ostinavo, non potevo far si che cinque o sei professorini dalle tenere mani mandassero in malora la vita politica nel nostro quartiere.
Già, non si trattava di far proseliti, in ballo c'era la Politica. L'obiettivo da perseguire per me era chiaro e semplice: educare le masse, rendere la vita politica popolare come la santa messa, far si che i valori sociali divenissero una fede e, nella peggiore delle ipotesi, una realtà accessibile a tutti.
Invece, se si svolgeva opera di volantinaggio davanti alla fabbrica il messaggio era confezionato per bambini disadattati con problemi di apprendimento,
se si protestava alla prima della stagione teatrale si distribuiva un'opera letteraria fatta di citazioni che andavano da Boccaccio a Marx risultando indigesto a chi stava per assistere ad uno spettacolo.
Ogni giovedì intervenivo per cercare di far capire che continuare a parlare a comunità diverse con linguaggi diversi era un esercizio inutile.
Ogni giovedì sera andavo via deluso.
Il sabato seguente chiesi ed ottenni di improvvisare una serata "ludica" che potesse coinvolgere non solo i quattro gatti con cui ci si confrontava periodicamente ma anche chi non aveva mai messo piede all'interno del nostro umido stanzone. Me lo concessero solo perchè speravano di poter avvicinare qualche ragazza attirata dall'evento televisivo.
Infatti proprio di spettacolo televisivo si trattava.
Mi portai dietro il televisore del professor Antolini. Il vecchio docente di latino e greco, nonchè vicino di casa, aveva acconsentito al prestito a patto che potesse assistere anche lui. Probabilmente non ero riuscito a convincerlo delle mie reali intenzioni.
L'idea mi era venuta proprio da una battuta fatta dal Montini, padre del circolo nonchè proprietario del locale. Diceva che ogni mio intervento era puntuale e ripetitivo come il carosello.
E carosello fu.
La sala era gremita in ogni suo posto, più o meno una trentina che, per quelle che erano le nostre abitudini equivaleva ad una folla giubilare.
Inoltre, cosa che rese felicemente nervosi Montini e Costa, c'erano la bellezza di tre ragazze.
Precisamente si trattava di: la Rita Felici, che noi tutti chiamavamo Rita Infelici per via della sua discutibile avvenenza; La Marinella Sensari, amica inseparabile della Rita, ribattezzata "la brutta copia" e credo non debba spiegarvi le ragioni e, la Cristina Mirante.
La presenza di quest'ultima aveva sorpreso molti visto che difficilmente la si vedeva in giro e, soprattutto, perchè era di una bellezza rara.
Terminato Carosello iniziò la sigla di "Studio Uno".
All'improvviso non si sentì più volare una mosca.
Di tanto in tanto provavo a voltarmi con il timore di non trovare più nessuno,
in realtà erano tutti rapiti dallo proiezione.
A dire il vero mi voltavo spesso anche per osservare la Cristina ma non ero l'unico.
La serata volò tra risate, applausi e complimenti indecenti rivolti alla Mina . Finita la trasmissione furono tutti entusiasti per l'evento e in molti ci chiesero di ripeterlo.
Mentre ci si dava da fare per sistemare la sala io iniziai a recuperare il televisore mentre il professore Antolini sembrava sonnecchiare reggendosi la testa tra le mani.
Montini mi fece un cenno e disse: bravo Ciccio, hai avuto una bella idea, il giovedì politica e il sabato intrattenimento popolare.
In seguito mi raccontarono che alle sue parole mi videro diventare paonazzo. In effetti sbottai dalla rabbia: Montini non hai capito un cazzo! se proprio lo vuoi sapere il giovedì ci facciamo tante seghe e questa
è stata la prima serata in cui abbiamo parlato di politica da quando respiriamo la muffa di questa merda di locale!
Lo vidi rimanere basito, non riusciva a capire perchè avessi avuto quella reazione e ancor meno cosa volessi intendere. Nello stesso istante vidi il professor Antolini alzare la sua testa e venirmi incontro.
Mi strinse il braccio con affetto come a voler trattenere la mia furia e, guardando Montini, sentenziò: "Odio tutto ciò che è casuale, fortuitamente lasciato agli eventi, fuori dall'orbita del pensiero.
lo spettacolo leggero è seguito da un numero elevato di spettatori: questo deve rendere ancora più preciso il compito del regista. Accanto all'esigenza di accontentare il pubblico nei suoi desideri,
ci deve essere anche una volontà di stimolo al buon gusto, a un minimo di senso critico". questo fu quello che mi disse Antonello Falqui. Non è un proposito da artista, è l'obiettivo di chi comunica, in primis del politico.

Infilò il cappello e mi fece un semplice gesto come per invitarmi a seguirlo.
Così feci lasciandomi alle spalle tre ragazzi ammutoliti. Io stesso non aprii più bocca e alla rabbia fece posto una soddisfazione immensa nel sentire che l'Antolini aveva colto, aveva ben compreso il mio proposito e lo aveva anche condiviso!
Lui camminava davanti ed io mi trascinavo a fatica dietro di lui con tanto di televisore su di una spalla.
Appena fuori notai Cristina dall'altra parte della strada insieme alle due sue amiche. Mi guardava mentre io la desideravo. Bella più di Mina la immaginavo
vestita con un bellissimo "tubino" nero, corto, con una fantasia a pois bianchi, mentre cantava "l'uomo per me" muovendo e contorcendo come vipere peccatrici le sue lunghe braccia bianche.

martedì 22 giugno 2010


Dopo la pizza con i colleghi torno a casa. E' stranamente tardi, non sono più abituato e mi affretto provvedendo ai vari obblighi presonno. Pisciata e spazzolatura dei denti, distribuzione dei viveri alle bestie, fumata conciliatrice e via a letto. Accendo la tv, imposto il timer e scelgo il programma più indicato a produrre le condizioni ideali al riposo. Partita del campionato del mondo di calcio: Spagna - Honduras (replica notturna).Squadre schierate partono gli inni nazionali.Cazzo che scena! non canta nessuno!! ah ma l'inno spagnolo dopo la dittatura franchista ha "perso" le parole...già, non capita quasi più di vedere degli sportivi ammutoliti durante l'esecuzione del proprio inno ma ricordo che un tempo questo era normale per noi italiani...Da qualche anno ci siamo fatti coinvolgere in questa gara all'orgoglio nazionale senza neanche conoscere la storia del nostro paese. Sti cazzi di Mazzini o Cavour, sti cazzi della grande guerra o della lotta partigiana, io so l'inno a memoria e questo basta ad ostentare l'amor di patria. Beh, la prima cosa a cui ho pensato è quanto dice Tony Pagoda, il protagonista di "Hanno tutti ragione" (Paolo Sorrentino):


"...La stanchezza è la migliore amica della libertà.Uno passa la vita a credere che la volontà, l'applicazione, la determinazione di carattereti possano avvicinare alla libertà. Manco per il cazzo. Solo la stanchezza ti porta in quella famosa stanza senza pareti, la libertà. Solo stanco di tutto puoi finalmente dire: non vengo. Non partecipo. No, no e ancora no. La libertà è dire sempre no".

martedì 15 dicembre 2009


Quando la verità è lampante tutto si semplifica e ogni ragionamento fino a quel momento confuso e raggomitolato in una spirale indistricabile diventa di una evidenza disarmante. Probabilmente è una banalità ma le immagini del volto tumefatto di Berlusconi mi hanno sconvolto e mi hanno riportato alla realtà, alla verità:

l'espressione del cavaliere, sofferente, scioccata, incredula, carica di rabbia impressa in una maschera di sorpresa e vergogna è la stessa che ho visto in tante altre occasioni sui volti di uomini potenti, re rimasti nudi di fronte all'inaspettato. Il gesto, folle e vigliacco, del Tartaglia ci ha fatto vedere un settantenne che nonostante non faccia altro che promuovere le sue doti di amatore piuttosto che da super eroe è un uomo fragile come tutti, in continua lotta con l'età e i problemi fisici, un uomo probabilmente solo, che resiste al tornado di polemiche da lui stesso alimentato grazie al potere che tiene al guinzaglio ma che un gesto di uno squilibrato gli ha fatto perdere per un istante.
Di Tartaglia ne sono pieni i libri di storia così come di uomini testardamente pieni di se che vivono e si alimentano di potere, potere talmente effimero che un souvenir di Milano è in grado di mettere in discussione.
Non abbiamo bisogno di uomini "con le palle", non abbiamo bisogno di "unti dal signore" ne di imprenditori di successo, abbiamo bisogno di uomini degni, di esempi da emulare, di uomini teneri, sinceri, onesti, che siano al servizio del proprio paese e dei propri concittadini tutti, indipendentemente dal colore politico, che rispettino i valori espressi dalla costituzione che altri uomini hanno scritto dopo che i loro compagni avevano perso la vita in una guerra terribile immolandosi in nome della propria Patria.

martedì 1 dicembre 2009


Riparto da dove avevo lasciato, dagli abbracci spezzati, dall'amore mai vissuto fino in fondo perchè la vita non va mai come si crede nonostante la si possa organizzare e indirizzare...proprio come accade nella produzione di un film. Gli abbracci spezzati ci parlano di amore, in tutte le sue versioni come Almodovar ci ha abituato, ma ci parla anche di cinema e del ruolo del regista. Un film, come la vita di una persona, racchiude molto più di quello che un semplice giudizio possono far credere. Non basta montare immagini o scattare fotografie, dietro c'è molto più. Far emergere il valore di un lavoro cinematografico come il senso di una vita dipende dalla bravura del regista come dalle qualità della persona. Non parlerò della trama del film, ne è mia intenzione fare una critica ma Almodovar non lascia mai indifferenti neanche al cospetto di quello che possiamo anche ammettere non essere il suo migliore film. Gli abbracci spezzati non sono altro che gli abbracci non vissuti, non visti o non raccontati. Ci parla di quanto siano complicati i rapporti tra gli uomini, che siano amanti, parenti o amici e ci dice che il gioco vale sempre la candela perchè al costo di gravi rinunce o sacrifici avremo sempre il modo di riscattarci anche solo rimontando un film sul quale ci siamo giocati amore salute e carriera.

venerdì 5 giugno 2009


Non era passata una settimana quando, appena dopo aver preso sonno, mi suonarono alla porta. Balzai come se mi avesse svagliato la sirena antiaerea. Mi guardai intorno cercando di realizzare. Non era tardissimo ma al contempo trovavo alquanto insolito la visita di chicchessia. Mi vestii velocemente e, nonostante l'ansia, mi precipitai alla porta. Lei non era affatto sorpresa e prima ancora che riuscissi a parlare aveva già varcato la soglia di casa. Senza voltarsi si tolse il soprabito e si accomodò in fondo al tavolo incrociando le gambe e fumando nervosamente una sigaretta. Mi guardava e probabilmente aspettava le dicessi qualcosa.
Io, ancora sconvolto dalla sorpresa, cercavo di assumere un atteggiamento serio e composto in attesa di riuscire a proferire parola.
- Tranquillo, non sei morto.domani ti sveglierai e ricorderai di questo incontro come di un sogno ma ora, ti prego di darmi ascolto. - Appena recuperato un minimo controllo di me stesso, mi accesi una sigaretta e, appoggiato al mobile del salotto la invitai a spiegarmi il motivo della sua visita.
- Non sto qui a spiegarti come ho saputo e perchè sono venuta, limitati ad ascoltarmi e se avrai cuore e rispetto per la mia storia sono sicura che ti sarà tutto chiaro. -
Per un momento la fissai e dopo una nuova boccata di sigaretta le feci un cenno per invitarla a proseguire.
Accenno' un sorriso ed iniziò - Sai, molte delle mie scelte sono state determiante dalla giovane età. Ho commesso una serie di errori che probabilmente mi hanno portata a quella che è stata, a detta di tutti, una vita bruciata troppo velocemente. Ricordo ancora quel giorno, viaggiavamo lungo una di quelle strade tutte curve della costa californiana, Lui mentre guidava come un vero pilota si girava di tanto in tanto per schioccarmi dei baci. Ah, i suoi baci erano più dell'oro. Comunque, in auto eravamo tutti amici e si rideva come pazzi - Mentre mi raccontava la sua storia non mi guardava, aveva lo sguardo assente come se nella sua testa stesse rivedendo tutto. Io la interruppi per chiederle come mai avesse iniziato proprio dalla fine e lei mi rispose - Sei curioso? si lo sei altrimenti non ti saresti interessato alla mia vicenda personale. Sai, nonostante tentare il suicidio per amore possa sembrare romantico io l'ho sempre considerato una pazzia. All'epoca ero arrivata a Roma come una promessa del cinema. Molti, dopo le prime apparizioni in Inghilterra, avevano scritto del prossimo sbarco a Hollywood ma in realtà mi fu proposto in modo quasi casuale un contratto per delle produzioni cinematografiche italiane da girare a Cinecittà. Era il periodo del neorealismo e, la stessa Hollywood era sbarcata a Roma. Per farla breve accettai entusiasta e venni in Italia. Ero bella, nonostante come tutte le donne non lo credessi affatto, ma lo ero, ora lo posso dire. - Confermai quasi imbarazzato e lei rise divertita.
- Da subito produttori e registi mi introdussero in quella che poi sarebbe diventata per tutti "la dolce vita" romana e lì conobbi Filippo Orsini. Affascinante e rispettato da tutti, di cuore sincero si dichiarò quasi subito. Iniziammo una storia travolgente creando scandalo. Io inizialemnte sottovalutavo l'ipocrisia borghese che da li a poco avrebbe travolto la nostra relazione ed ero convinta che il nostro amore avrebbe trionfato. Dopo la pazzia del tentato suicidio (ah quante risate mi feci con Gualtiero raccontandogli di quella sera, come adolescenti ci promettemmo amore eterno e tentammo il doppio suicidio) la nostra passione andò scemando. La sua "nobile" famiglia, minacciata della scomunica papale, lo riportò a casa con tanto di coda tra le gambe. Nel frattempo, con la complicità di amici comuni, conobbi Lui e fu amore a prima vista. Mi considerava una donna degna per il mo carattere ribelle, per il mio coraggio, probabilmente aveva iniziato a pensarla così leggendo le cronache delle mie vicissitudini sui giornali. Mi raccontava storie fantastiche e mi portava con lui nei suoi viaggi. Mi dedicai meno al cinema selezionando anche grazie alla sua "guida" le pellicole da girare e, così facendo, riuscivo a sentirmi amata e al tempo stesso appagata professionalemnte. Avevo solo 26 anni...-
Si fermò, non era commossa ma si era fatta seria, quasi turbata. Io mi avvicinai con l'intento di stringerla ma vedendomi muovere mi fisso e ricominciò a parlare.
- come ti dicevo correvamo come pazzi lungo la statale californiana quando improvvisamente l'auto iniziò a sbandare e finimmo dopo un incidente impressionante giù per una scarpata. Io, come da cronaca, ebbi la peggio e Lui non si perdonò mai quanto accadde. -
Si interruppe ed io non sapevo se avesse ancora qualcosa da dirmi. Mi guardò come se aspettasse qualcosa da me ed io, quasi istintivamente le dissi: Dopo di te non mi sono più innamorato. Delle donne di oggi ho una gran diffidenza, mi sembra così difficile potersene innamorare; sono troppo offerte, troppo disponibili, mentre il mio ideale di donna rimane ancora un antico ideale, che non usa più, che è oramai superato. *
Mi fermai e mi resi conto che nonostante avessi pronunciato quelle parole in realtà non ero stato io a pensarle.
Lei si alzò, indossò il soprabito, mi diede un gran bacio sulla guancia e si diresse verso la porta. Io la guardavo andar via imbambolato, avrei voluto dire qualcosa ma non ne ebbi la forza. Prima di chiudere il portone si voltò e con la felicità impressa sul suo volto mi disse: ci vediamo presto, aspetto il tuo fiore.

* da "Jacopetti racconta" intervista di Edgarda Ferri a Gualtiero Jacopetti.
(liberamente ispirato alla vita di Belinda Lee )

mercoledì 3 giugno 2009


Appena sveglio, posseduto ancora da un sonno prepotente, ho cercato di riprendere i sensi nel modo più dolce possibile. Accesa la tv in cerca di compagnia, i gatti non ne avevano nessuna voglia, trovo su rai 3 "I magliari" (film del 1959 di Francesco Rosi).
Mentre la moka borbottava l'uscita del caffè, Sordi e Renato Salvatori iniziavano ad intrecciare la trama del film.
Dopo pochi minuti entrava in scena lei, Belinda Lee.
Lo sguardo fascinoso, reso ancor più "enigmatico" da un presuntuoso "taglio" di sopracciglia e dall'ottima interpretazione, mi conquistava all'istante. Ho cercato di ricordare dove avessi potuta vederla ma la mia labile memoria come al solito non mi è stata di nessun aiuto. Dopo essere risalito al nome, tramite una "guida tv", ho iniziato a pensare alla miriadi di attrici e attricette anglofone che in quegli anni presenziavano in tantissime commedie.
Nonostante ciò continuavo a ritenerla più che una modella dal nome "esotico" prestata al cinema. Archiviata la possibilità di ricordarmi di lei mi sono completamente abbandonato al film, piacevolissimo, e alla sua interpetazione. Ero completamente rapito, forse anche merito del bianco e nero, dalla sua presenza sullo schermo. Per un attimo mi sono immaginato in caserma con la foto della Lee nell'armadietto. Alla fine mi sono ritrovato come Renato Salvatori: l'ho vista andare via al termine di un appassionante storia d'amore.
Oggi, con ancora in testa quegli occhi, ho provato a fare qualche ricerca e sono venuto a conoscenza della sua tragica morte. Appena ventiseienne con alle spalle già un discreto numero di film, durante una vacanza in California è deceduta a seguito di un incidente stradale. Dopo essere stata cremata le sue ceneri sono conservate nel bellissimo cimitero acattolico di Roma. Non mancherò di portarle un fiore.

mercoledì 27 maggio 2009


Ero cosciente di cosa mi aspettasse, non era la prima volta.
Arrivai davanti casa cercando il modo di rimandare quel momento.
Pensai a cos'altro ci fosse da fare, magari avrei dovuto comprare il latte, lavare l'auto o affittare un film. Mi limitai ad accendere una sigaretta da fumare seduto su di un muretto.
Magritte, che mi aveva scorto da lontano, mi era corso incontro e mentre tiravo nervosamente boccate di nicotina mi girava intorno alle gambe guardandomi perplesso. Sapeva che non ero solito aspettare tanto prima di aprire la porta.
Accennò un miagolio strozzato come a spronarmi, lo fissai e decisi di tirar fuori le chiavi di tasca.
Nello scendere le scale iniziai a sentire un nodo in gola, lo sapevo, lo aspettavo.
Presi coraggio ed aprii la porta. La casa era vuota, fredda, triste come non mai.
In realtà non era cambiato nulla, vivevo solo da anni e quella casa era sempre stata nelle medesime condizioni ma, in quel momento era vuota. Il mobilio, i vestiti accatastati, le ciotole dei gatti, i quadri, le macchie di umidità erano le stesse ma, in quel momento era vuota.
Sapevo benissimo cosa mancasse.
Dopo la sua partenza era arrivato il furgone delle delusioni della compagnia dei perdenti a caricare parole, baci, carezze, lacrime e risate che in quei due anni avevamo collezionato arredando la nostra unione.
C'era stato un trasloco di sentimenti che aveva lasciato un vuoto opprimente in casa e nell'anima.

martedì 26 maggio 2009


Fissavo i suoi occhi,
mi vedevo riflesso sulla sua rabbia, liquida, trasparente, pronta a traboccare in un pianto liberatorio. Le lacrime si affollavano sugli occhi senza venir giù, si trattenevano stipate sulle sue palpebre come adolescenti sotto il palco di un concerto rock ma, niente, non ci pensavano mimimanete a colare sul suo bel viso.
Sembrava non volesse concedermi la soddisfazione che, in realtà, non avrei mai provato.
Neanche una parola, entrambi temevamo potesse innescare un'emozione incontrollabile. L'arrivo del treno era imminente, la voce artificiale lo aveva appena annunciato.
Il piede ticchettava sospeso in modo nervoso, le mani le sudavano e a frequenze regolari arrivava un sospiro.
Il fischio sgradevole dei freni ruppe la bolla che ci aveva protetto dal resto della folla.
Tutti iniziarono a correre in direzione del vagone prescelto. Lei fece altrettanto.
Io questa volta non la seguii. Doverla accompagnare con lo sguardo finestrino dopo finestrino era straziante. Mi limitai ad aspettare che il treno ripartisse confidando in un guasto improvviso o nel tuffo di un suicida, nella caduta di un asteroide ,un cazzo di attentato, la fine del mondo!
Non la vidi più, mai più.
Ne fui consapevole già all'uscita dalla stazione.
Quell'ammasso presuntuoso di marmo bianco, voluto per l'arrivo di Hitler, faceva da sfondo all'ultima scena di quel fantastico film che avevo vissuto.
Mentre camminavo sul piazzale davanti alla stazione mi sembrò di sentire la colonna sonora che anticipa i titoli di coda.
Corsi in macchina e scappai prima di vedere arrivare la parola fine.

giovedì 14 maggio 2009


Dormivo profondamente. improvvisamente sentii un gran frastuono, scoppi aritmici di ottani mal digeriti.
Una nebbia tossica pian piano si dissolse lasciando in primo piano un bianco "cinquino". Senza parole osservai il mezzo in attesa di conoscere chi mi avesse spaventato nel pieno della mia fase rem. Vidi scendere un uomo di mezza età, in completo, con un sorriso che la sapeva lunga. Dopo un istante di silenzio e un colpo di tosse (i gas di scarico avevano lasciato il segno) mi disse "sai indicarmi la strada per la piana di Giza?"
Io lo guardai perplesso, ero abituato a trattare con gli "stravaganti" ma questa poi...
"anche se siamo ai piedi di una piramide non siamo in egitto!"
Lui ancor più sorridente e con un certo sarcasmo mi rispose "non sai che qui si trova la porta per la piana di Giza?"
" a dire il vero quella è sempre stata Porta San Paolo e al massimo arrivi al centro di Roma, comunque, si, io la conosco!"
Infatti mentre a seguito della mia risposta lui si convinse di avere a che fare con uno sprovveduto, io capii che mi trovavo al cospetto di "giacobbo"! Proprio giacobbo, quel tizio che va a spasso nel tempo con un cinquino e che ha la fissa per le piramidi.
" giaco' guardi che è fuori strada, in tutti i sensi!"
"La strada ragazzo..." - in quel momento gli avrei dato un pugno, l'aria di supponenza non si addiceva a uno che viaggiava nel tempo con la 500 - "...mi è stata indicata dalla costellazione di Orione!"
"giacobbo guardi che si sbaglia! se proprio ci tiene a vedere due mummie le consiglio di recarsi ai musei vaticani, in quel caso sì che sarà sulla buona strada."
"eh eh eh, se solo conoscesse il calendario maya..."
"aahhh..facciamo così, ha incontrato la persona sbagliata, chieda più in la...(e vaffanculo!)"
" secondo lei chi ha la conoscenza del futuro può incorrere in errore?"
"cosa mi vuole dire? forse io sarei "l'eletto"? lei giacobbo non mi sembra il tipo da dipendenze, le assicuro che non
conosco la strada che sta cercando ne tantomeno formule, codici e quant'altro possa credere!"
"Lei mi ha appena indicato la via, la saluto"
Come avevo fatto a rispondergli? cosa avevo rivelato del tutto inconsapevolmente?
"aspetti giacobbo!"
Si voltò soddisfatto "cosa?"
"visto che oramai è qui e nonostante consideri lei uno scienziato come considero berlusconi un politico ,mi può almeno dire se troverò l'amore?"
E lui, sempre con quel sorriso stampato, mi fissò senza proferire parola poi, dopo aver preso fiato, mi disse:
"che cazzo ne so? per quello devi aspettà er campere de stranamore" e volo' via attraverso Porta San Paolo.

martedì 12 maggio 2009

Che ce fate qua sotto?
Stamo a lavorà!
A lavorà? ma si c'avete ancora er moccio..
a te che te frega?
Ah carini, l'educazione nun se compra regazzi'!
Allora se la fregamo!
Fate presto voi, "se la fregamo"...ridete ridete e, sentimo 'n po', che lavoro fate? Sempre se ruba' è'n lavoro...
Ah nonno! ma chi t'ha detto che stamo a ruba' eh?
Visto che fate presto voi...
Noi lavoramo de core solo pe' chi c'ha core!
Senti, senti questi. E che lavoro sarebbe?
Te ce l'hai er core nonno? o t'è annato 'n pensione insieme a li "sentimenti"?
Ah regazzi' che devo scenne?
Ammazza che paura! no no lassa perde, magari si ce stai a sentì te fa bene pure a te!
E che nun ve sto a senti'? Vedemo com'è che fate, magari pe' apri' er core usate 'n tortore...
Aridaje! no! na chitara e la voce nostra, 'mo statte zitto e stacce a senti' che sopra de te c'è chi c'ha bisogno...co' rispetto, s'intende:

martedì 21 aprile 2009


Cosa hanno in comune “Sciuscià” di Vittorio De Sica e “Ninì Tirabusciò – la donna che inventò la mossa” di Fondato?
Maria De Angelis o Maria Campi (nome d’arte ufficiale) o Maria Sarti come la si conosceva al tempo del cafè-chantant.
Infatti Maria Campi era la diva del varietà nei primi anni del ‘900 divenuta celebre per aver inventato "la mossa”, il movimento d’anca che fece sognare migliaia di uomini. Per anni girò i teatri italiani riscuotendo un successo enorme. Si dice che la mossa venisse invocata dagli spettatori indifferenti a qualsiasi altro spettacolo proposto. Arrivò ad essere pagata 25 lire a sera per la sua esibizione e ad essere corteggiata sia dalla malavita che dai rappresentanti dell’aristocrazia piemontese. Proprio da questo aneddoto fu tratto il film interpretato dalla Vitti. Evidentemente tra i tanti spettatori che la Campi fece “innamorare” ci deve essere stato anche Vittorio De Sica (non mi risulta strano pensarlo) che, a distanza di anni, la chiamò per interpretare il ruolo della chiromante nel celbre film “Sciuscià”.

Maria Campi è quella cosa / che innamora il giovinetto. / Se ci vai una volta a letto / figlio mio non campi più.

lunedì 20 aprile 2009


Colpa mia, non avrei mai dovuto andare al cinema dopo aver visto nel pomeriggio il dvd di Gomorra.
Eppure le premesse erano ottime, un film sulla vita del Che diretto da Soderbergh e interpretato da Benicio Del Toro.
Invece è stata una delusione. Entrambi i film avevano come obiettivo quello di essere verosimili, credibili quasi fossero dei docufilm ma, mentre nel caso di Gomorra Garrone ci è riuscito in pieno, nel Che l'argentino, nonostante lo sforzo della produzione, il risultato mi è sembrato pessimo. Nel film su Guevara rimane la vita di un eroe moderno così come la si può leggere nei suoi diari o in una biografia storica in modo fin troppo rispettoso del personaggio, senza mai regalarci una interpretazione psicologica, senza mai cercare di dare una chiave di lettura personale se non attraverso l'interpretazione fin troppo sobria di Benicio Del Toro. Insomma una semplice messa in scena di quello che è il pensiero ufficialmente conosciuto del rivoluzionario argentino così come avrebbe potuto fare Piero Angela raccontando la sua vita attraverso una fiction ben fatta ma anonima. Ben altra cosa è Gomorra, c'è sangre e anima come direbbero gli Almamegretta, c'è la passione di un regista che non si limita a dare vita alle storie del libro di Saviano ma ci fa prendere residenza a Scampia.