4 commenti venerdì 5 giugno 2009


Non era passata una settimana quando, appena dopo aver preso sonno, mi suonarono alla porta. Balzai come se mi avesse svagliato la sirena antiaerea. Mi guardai intorno cercando di realizzare. Non era tardissimo ma al contempo trovavo alquanto insolito la visita di chicchessia. Mi vestii velocemente e, nonostante l'ansia, mi precipitai alla porta. Lei non era affatto sorpresa e prima ancora che riuscissi a parlare aveva già varcato la soglia di casa. Senza voltarsi si tolse il soprabito e si accomodò in fondo al tavolo incrociando le gambe e fumando nervosamente una sigaretta. Mi guardava e probabilmente aspettava le dicessi qualcosa.
Io, ancora sconvolto dalla sorpresa, cercavo di assumere un atteggiamento serio e composto in attesa di riuscire a proferire parola.
- Tranquillo, non sei morto.domani ti sveglierai e ricorderai di questo incontro come di un sogno ma ora, ti prego di darmi ascolto. - Appena recuperato un minimo controllo di me stesso, mi accesi una sigaretta e, appoggiato al mobile del salotto la invitai a spiegarmi il motivo della sua visita.
- Non sto qui a spiegarti come ho saputo e perchè sono venuta, limitati ad ascoltarmi e se avrai cuore e rispetto per la mia storia sono sicura che ti sarà tutto chiaro. -
Per un momento la fissai e dopo una nuova boccata di sigaretta le feci un cenno per invitarla a proseguire.
Accenno' un sorriso ed iniziò - Sai, molte delle mie scelte sono state determiante dalla giovane età. Ho commesso una serie di errori che probabilmente mi hanno portata a quella che è stata, a detta di tutti, una vita bruciata troppo velocemente. Ricordo ancora quel giorno, viaggiavamo lungo una di quelle strade tutte curve della costa californiana, Lui mentre guidava come un vero pilota si girava di tanto in tanto per schioccarmi dei baci. Ah, i suoi baci erano più dell'oro. Comunque, in auto eravamo tutti amici e si rideva come pazzi - Mentre mi raccontava la sua storia non mi guardava, aveva lo sguardo assente come se nella sua testa stesse rivedendo tutto. Io la interruppi per chiederle come mai avesse iniziato proprio dalla fine e lei mi rispose - Sei curioso? si lo sei altrimenti non ti saresti interessato alla mia vicenda personale. Sai, nonostante tentare il suicidio per amore possa sembrare romantico io l'ho sempre considerato una pazzia. All'epoca ero arrivata a Roma come una promessa del cinema. Molti, dopo le prime apparizioni in Inghilterra, avevano scritto del prossimo sbarco a Hollywood ma in realtà mi fu proposto in modo quasi casuale un contratto per delle produzioni cinematografiche italiane da girare a Cinecittà. Era il periodo del neorealismo e, la stessa Hollywood era sbarcata a Roma. Per farla breve accettai entusiasta e venni in Italia. Ero bella, nonostante come tutte le donne non lo credessi affatto, ma lo ero, ora lo posso dire. - Confermai quasi imbarazzato e lei rise divertita.
- Da subito produttori e registi mi introdussero in quella che poi sarebbe diventata per tutti "la dolce vita" romana e lì conobbi Filippo Orsini. Affascinante e rispettato da tutti, di cuore sincero si dichiarò quasi subito. Iniziammo una storia travolgente creando scandalo. Io inizialemnte sottovalutavo l'ipocrisia borghese che da li a poco avrebbe travolto la nostra relazione ed ero convinta che il nostro amore avrebbe trionfato. Dopo la pazzia del tentato suicidio (ah quante risate mi feci con Gualtiero raccontandogli di quella sera, come adolescenti ci promettemmo amore eterno e tentammo il doppio suicidio) la nostra passione andò scemando. La sua "nobile" famiglia, minacciata della scomunica papale, lo riportò a casa con tanto di coda tra le gambe. Nel frattempo, con la complicità di amici comuni, conobbi Lui e fu amore a prima vista. Mi considerava una donna degna per il mo carattere ribelle, per il mio coraggio, probabilmente aveva iniziato a pensarla così leggendo le cronache delle mie vicissitudini sui giornali. Mi raccontava storie fantastiche e mi portava con lui nei suoi viaggi. Mi dedicai meno al cinema selezionando anche grazie alla sua "guida" le pellicole da girare e, così facendo, riuscivo a sentirmi amata e al tempo stesso appagata professionalemnte. Avevo solo 26 anni...-
Si fermò, non era commossa ma si era fatta seria, quasi turbata. Io mi avvicinai con l'intento di stringerla ma vedendomi muovere mi fisso e ricominciò a parlare.
- come ti dicevo correvamo come pazzi lungo la statale californiana quando improvvisamente l'auto iniziò a sbandare e finimmo dopo un incidente impressionante giù per una scarpata. Io, come da cronaca, ebbi la peggio e Lui non si perdonò mai quanto accadde. -
Si interruppe ed io non sapevo se avesse ancora qualcosa da dirmi. Mi guardò come se aspettasse qualcosa da me ed io, quasi istintivamente le dissi: Dopo di te non mi sono più innamorato. Delle donne di oggi ho una gran diffidenza, mi sembra così difficile potersene innamorare; sono troppo offerte, troppo disponibili, mentre il mio ideale di donna rimane ancora un antico ideale, che non usa più, che è oramai superato. *
Mi fermai e mi resi conto che nonostante avessi pronunciato quelle parole in realtà non ero stato io a pensarle.
Lei si alzò, indossò il soprabito, mi diede un gran bacio sulla guancia e si diresse verso la porta. Io la guardavo andar via imbambolato, avrei voluto dire qualcosa ma non ne ebbi la forza. Prima di chiudere il portone si voltò e con la felicità impressa sul suo volto mi disse: ci vediamo presto, aspetto il tuo fiore.

* da "Jacopetti racconta" intervista di Edgarda Ferri a Gualtiero Jacopetti.
(liberamente ispirato alla vita di Belinda Lee )

6 commenti mercoledì 3 giugno 2009


Appena sveglio, posseduto ancora da un sonno prepotente, ho cercato di riprendere i sensi nel modo più dolce possibile. Accesa la tv in cerca di compagnia, i gatti non ne avevano nessuna voglia, trovo su rai 3 "I magliari" (film del 1959 di Francesco Rosi).
Mentre la moka borbottava l'uscita del caffè, Sordi e Renato Salvatori iniziavano ad intrecciare la trama del film.
Dopo pochi minuti entrava in scena lei, Belinda Lee.
Lo sguardo fascinoso, reso ancor più "enigmatico" da un presuntuoso "taglio" di sopracciglia e dall'ottima interpretazione, mi conquistava all'istante. Ho cercato di ricordare dove avessi potuta vederla ma la mia labile memoria come al solito non mi è stata di nessun aiuto. Dopo essere risalito al nome, tramite una "guida tv", ho iniziato a pensare alla miriadi di attrici e attricette anglofone che in quegli anni presenziavano in tantissime commedie.
Nonostante ciò continuavo a ritenerla più che una modella dal nome "esotico" prestata al cinema. Archiviata la possibilità di ricordarmi di lei mi sono completamente abbandonato al film, piacevolissimo, e alla sua interpetazione. Ero completamente rapito, forse anche merito del bianco e nero, dalla sua presenza sullo schermo. Per un attimo mi sono immaginato in caserma con la foto della Lee nell'armadietto. Alla fine mi sono ritrovato come Renato Salvatori: l'ho vista andare via al termine di un appassionante storia d'amore.
Oggi, con ancora in testa quegli occhi, ho provato a fare qualche ricerca e sono venuto a conoscenza della sua tragica morte. Appena ventiseienne con alle spalle già un discreto numero di film, durante una vacanza in California è deceduta a seguito di un incidente stradale. Dopo essere stata cremata le sue ceneri sono conservate nel bellissimo cimitero acattolico di Roma. Non mancherò di portarle un fiore.

2 commenti mercoledì 27 maggio 2009


Ero cosciente di cosa mi aspettasse, non era la prima volta.
Arrivai davanti casa cercando il modo di rimandare quel momento.
Pensai a cos'altro ci fosse da fare, magari avrei dovuto comprare il latte, lavare l'auto o affittare un film. Mi limitai ad accendere una sigaretta da fumare seduto su di un muretto.
Magritte, che mi aveva scorto da lontano, mi era corso incontro e mentre tiravo nervosamente boccate di nicotina mi girava intorno alle gambe guardandomi perplesso. Sapeva che non ero solito aspettare tanto prima di aprire la porta.
Accennò un miagolio strozzato come a spronarmi, lo fissai e decisi di tirar fuori le chiavi di tasca.
Nello scendere le scale iniziai a sentire un nodo in gola, lo sapevo, lo aspettavo.
Presi coraggio ed aprii la porta. La casa era vuota, fredda, triste come non mai.
In realtà non era cambiato nulla, vivevo solo da anni e quella casa era sempre stata nelle medesime condizioni ma, in quel momento era vuota. Il mobilio, i vestiti accatastati, le ciotole dei gatti, i quadri, le macchie di umidità erano le stesse ma, in quel momento era vuota.
Sapevo benissimo cosa mancasse.
Dopo la sua partenza era arrivato il furgone delle delusioni della compagnia dei perdenti a caricare parole, baci, carezze, lacrime e risate che in quei due anni avevamo collezionato arredando la nostra unione.
C'era stato un trasloco di sentimenti che aveva lasciato un vuoto opprimente in casa e nell'anima.

2 commenti martedì 26 maggio 2009


Fissavo i suoi occhi,
mi vedevo riflesso sulla sua rabbia, liquida, trasparente, pronta a traboccare in un pianto liberatorio. Le lacrime si affollavano sugli occhi senza venir giù, si trattenevano stipate sulle sue palpebre come adolescenti sotto il palco di un concerto rock ma, niente, non ci pensavano mimimanete a colare sul suo bel viso.
Sembrava non volesse concedermi la soddisfazione che, in realtà, non avrei mai provato.
Neanche una parola, entrambi temevamo potesse innescare un'emozione incontrollabile. L'arrivo del treno era imminente, la voce artificiale lo aveva appena annunciato.
Il piede ticchettava sospeso in modo nervoso, le mani le sudavano e a frequenze regolari arrivava un sospiro.
Il fischio sgradevole dei freni ruppe la bolla che ci aveva protetto dal resto della folla.
Tutti iniziarono a correre in direzione del vagone prescelto. Lei fece altrettanto.
Io questa volta non la seguii. Doverla accompagnare con lo sguardo finestrino dopo finestrino era straziante. Mi limitai ad aspettare che il treno ripartisse confidando in un guasto improvviso o nel tuffo di un suicida, nella caduta di un asteroide ,un cazzo di attentato, la fine del mondo!
Non la vidi più, mai più.
Ne fui consapevole già all'uscita dalla stazione.
Quell'ammasso presuntuoso di marmo bianco, voluto per l'arrivo di Hitler, faceva da sfondo all'ultima scena di quel fantastico film che avevo vissuto.
Mentre camminavo sul piazzale davanti alla stazione mi sembrò di sentire la colonna sonora che anticipa i titoli di coda.
Corsi in macchina e scappai prima di vedere arrivare la parola fine.

4 commenti giovedì 14 maggio 2009


Dormivo profondamente. improvvisamente sentii un gran frastuono, scoppi aritmici di ottani mal digeriti.
Una nebbia tossica pian piano si dissolse lasciando in primo piano un bianco "cinquino". Senza parole osservai il mezzo in attesa di conoscere chi mi avesse spaventato nel pieno della mia fase rem. Vidi scendere un uomo di mezza età, in completo, con un sorriso che la sapeva lunga. Dopo un istante di silenzio e un colpo di tosse (i gas di scarico avevano lasciato il segno) mi disse "sai indicarmi la strada per la piana di Giza?"
Io lo guardai perplesso, ero abituato a trattare con gli "stravaganti" ma questa poi...
"anche se siamo ai piedi di una piramide non siamo in egitto!"
Lui ancor più sorridente e con un certo sarcasmo mi rispose "non sai che qui si trova la porta per la piana di Giza?"
" a dire il vero quella è sempre stata Porta San Paolo e al massimo arrivi al centro di Roma, comunque, si, io la conosco!"
Infatti mentre a seguito della mia risposta lui si convinse di avere a che fare con uno sprovveduto, io capii che mi trovavo al cospetto di "giacobbo"! Proprio giacobbo, quel tizio che va a spasso nel tempo con un cinquino e che ha la fissa per le piramidi.
" giaco' guardi che è fuori strada, in tutti i sensi!"
"La strada ragazzo..." - in quel momento gli avrei dato un pugno, l'aria di supponenza non si addiceva a uno che viaggiava nel tempo con la 500 - "...mi è stata indicata dalla costellazione di Orione!"
"giacobbo guardi che si sbaglia! se proprio ci tiene a vedere due mummie le consiglio di recarsi ai musei vaticani, in quel caso sì che sarà sulla buona strada."
"eh eh eh, se solo conoscesse il calendario maya..."
"aahhh..facciamo così, ha incontrato la persona sbagliata, chieda più in la...(e vaffanculo!)"
" secondo lei chi ha la conoscenza del futuro può incorrere in errore?"
"cosa mi vuole dire? forse io sarei "l'eletto"? lei giacobbo non mi sembra il tipo da dipendenze, le assicuro che non
conosco la strada che sta cercando ne tantomeno formule, codici e quant'altro possa credere!"
"Lei mi ha appena indicato la via, la saluto"
Come avevo fatto a rispondergli? cosa avevo rivelato del tutto inconsapevolmente?
"aspetti giacobbo!"
Si voltò soddisfatto "cosa?"
"visto che oramai è qui e nonostante consideri lei uno scienziato come considero berlusconi un politico ,mi può almeno dire se troverò l'amore?"
E lui, sempre con quel sorriso stampato, mi fissò senza proferire parola poi, dopo aver preso fiato, mi disse:
"che cazzo ne so? per quello devi aspettà er campere de stranamore" e volo' via attraverso Porta San Paolo.

2 commenti martedì 12 maggio 2009

Che ce fate qua sotto?
Stamo a lavorà!
A lavorà? ma si c'avete ancora er moccio..
a te che te frega?
Ah carini, l'educazione nun se compra regazzi'!
Allora se la fregamo!
Fate presto voi, "se la fregamo"...ridete ridete e, sentimo 'n po', che lavoro fate? Sempre se ruba' è'n lavoro...
Ah nonno! ma chi t'ha detto che stamo a ruba' eh?
Visto che fate presto voi...
Noi lavoramo de core solo pe' chi c'ha core!
Senti, senti questi. E che lavoro sarebbe?
Te ce l'hai er core nonno? o t'è annato 'n pensione insieme a li "sentimenti"?
Ah regazzi' che devo scenne?
Ammazza che paura! no no lassa perde, magari si ce stai a sentì te fa bene pure a te!
E che nun ve sto a senti'? Vedemo com'è che fate, magari pe' apri' er core usate 'n tortore...
Aridaje! no! na chitara e la voce nostra, 'mo statte zitto e stacce a senti' che sopra de te c'è chi c'ha bisogno...co' rispetto, s'intende:

4 commenti martedì 21 aprile 2009


Cosa hanno in comune “Sciuscià” di Vittorio De Sica e “Ninì Tirabusciò – la donna che inventò la mossa” di Fondato?
Maria De Angelis o Maria Campi (nome d’arte ufficiale) o Maria Sarti come la si conosceva al tempo del cafè-chantant.
Infatti Maria Campi era la diva del varietà nei primi anni del ‘900 divenuta celebre per aver inventato "la mossa”, il movimento d’anca che fece sognare migliaia di uomini. Per anni girò i teatri italiani riscuotendo un successo enorme. Si dice che la mossa venisse invocata dagli spettatori indifferenti a qualsiasi altro spettacolo proposto. Arrivò ad essere pagata 25 lire a sera per la sua esibizione e ad essere corteggiata sia dalla malavita che dai rappresentanti dell’aristocrazia piemontese. Proprio da questo aneddoto fu tratto il film interpretato dalla Vitti. Evidentemente tra i tanti spettatori che la Campi fece “innamorare” ci deve essere stato anche Vittorio De Sica (non mi risulta strano pensarlo) che, a distanza di anni, la chiamò per interpretare il ruolo della chiromante nel celbre film “Sciuscià”.

Maria Campi è quella cosa / che innamora il giovinetto. / Se ci vai una volta a letto / figlio mio non campi più.

12 commenti lunedì 20 aprile 2009


Colpa mia, non avrei mai dovuto andare al cinema dopo aver visto nel pomeriggio il dvd di Gomorra.
Eppure le premesse erano ottime, un film sulla vita del Che diretto da Soderbergh e interpretato da Benicio Del Toro.
Invece è stata una delusione. Entrambi i film avevano come obiettivo quello di essere verosimili, credibili quasi fossero dei docufilm ma, mentre nel caso di Gomorra Garrone ci è riuscito in pieno, nel Che l'argentino, nonostante lo sforzo della produzione, il risultato mi è sembrato pessimo. Nel film su Guevara rimane la vita di un eroe moderno così come la si può leggere nei suoi diari o in una biografia storica in modo fin troppo rispettoso del personaggio, senza mai regalarci una interpretazione psicologica, senza mai cercare di dare una chiave di lettura personale se non attraverso l'interpretazione fin troppo sobria di Benicio Del Toro. Insomma una semplice messa in scena di quello che è il pensiero ufficialmente conosciuto del rivoluzionario argentino così come avrebbe potuto fare Piero Angela raccontando la sua vita attraverso una fiction ben fatta ma anonima. Ben altra cosa è Gomorra, c'è sangre e anima come direbbero gli Almamegretta, c'è la passione di un regista che non si limita a dare vita alle storie del libro di Saviano ma ci fa prendere residenza a Scampia.

7 commenti mercoledì 1 aprile 2009


Quella sera incontrai Fellini. Non a via Veneto, non al caffè de Paris ma sul lungotevere Ripa.....
Mi squadrò e con un sorriso beffardo mi rivolse la parola come se sapesse già.
In realtà non conosceva le mie turbe ma sapeva riconoscere benissimo gli effetti, come più tardi lui stesso ammise.
Mi disse: rilassi la fronte amico mio, ha tutto il tempo per coltivare le sue rughe.
Io rimasi spiazzato, prima di tutto perchè qualcuno aveva osato intromettersi in complessi percorsi di masochismo applicato alla logica e, ancor di più, perchè il "qualcuno" era Federico Fellini.
Dal sorriso passò alla risata, divertita anche se contenuta, e mi fece notare che, da bravo regista, aveva ottenuto collaborazione immediata da parte mia. Infatti avevo rilassato la fronte e gli occhi ridevano almeno quanto lui.
Mi prese sottobraccio ed iniziammo a camminare pe' lungotevere. Io emozionatissimo lui, probabilmente, desideroso di compagnia.
Non parlammo molto, lui di tanto in tanto mi raccontava di aneddoti che gli tornavano alla memoria a seconda di ciò che notava lungo il marciapiede, io curioso insistevo su quel personaggio o su quella attrice.
Non credo che tutto ciò che mi disse fosse esattamente accaduto ma curava le sue storie come i suoi film, li colorava, evidenziava le stonature al limite del grottesco, quasi per conferire alla storia i tratti del sogno.
Sembrava parlasse di persone semplici, mi descriveva gli amici come persone fallibili, piene di difetti e mi presentava quei difetti come le qualità che avevano permesso tale amicizia, che lo avevano divertito per una vita. Mi descriveva l'indolenza di Mastroianni come parte del suo fascino, o il cinismo di Flaiano come frutto dell'ironia e della disillusione proprie di Ennio. Alla fine mi salutò, mi disse che anche non conoscendo il mio nome ero stato un vero amico. Rimasi perplesso e chiesi il perchè. Lui mi rispose: per quanto abbia creduto nel mio lavoro non ho mai avuto la soddisfazione di vedere un film di Fellini, lei oggi è stato il mio amarcord.

5 commenti lunedì 30 marzo 2009

La carta sa da chi andare...

(L'oro di Napoli - De Sica)
Di seguito riporto un aneddoto interessante pubblicato insieme al video su youtube, spero sia autentico:
È’ poco conosciuta la storia circa la partecipazione di Vittorio De Sica come protagonista di questo episodio. Il grande regista - che più volte prese dalla strada gli attori e le comparse per i suoi film - offrì infatti il ruolo del conte Prospero all'avvocato penalista Alfredo Jelardi (Benevento 1890-1963) dopo averlo visto discutere una causa in tribunale a Napoli. Quando l'avvocato venne convocato da De Sica, in un grande albergo napoletano sul lungomare, si recò all'appuntamento accompagnato da tre suoi giovani nipoti. Ascoltò con attenzione la proposta circa il ruolo da interpretare, pur non avendo mai recitato né al cinema e né al teatro. Dopo aver a lungo meditato, l'avvocato Jelardi - che era stato allievo del grande Enrico De Nicola ed era molto noto a Napoli - decise però di rifiutare perché, disse, il ruolo del conte schiavo del gioco e ridotto in miseria rispecchiava, per troppi aspetti, la sua storia personale. De Sica insistette a lungo affinché accettasse la parte, ma il principe del foro sannita fu irremovibile. Il loro incontro finì con una stretta di mano e con una richiesta di De Sica alla quale Alfredo Jelardi acconsentì con una punta di orgoglio: il regista avrebbe interpretato personalmente quella parte ispirandosi a lui. E così fu.

2 commenti mercoledì 18 marzo 2009


...il presonaggio Magnani: bruna e non bella, ma con occhi di una divorante, fonda, febbrile vivezza, lucenti sopra le occhiaie peste, di tra le ciocche dei capelli eternamente arruffati e spioventi, essa era l'emblema del buonsenso e dell'aggressività, dei corrosivi, motteggianti umori e dei palpiti emotivi della gente di Roma.
(Giulio Cesare Castello "Il divismo. Mitologia del cinema" Eri, Torino 1957 )

5 commenti martedì 17 marzo 2009


“Mamma Roma: Perché tu fai ‘sta vita? Chi è responsabile?Manco lo sai te!
Biancofiore: Ciài trent’anni de carriera, me lo venghi a domandà a me?
Mamma Roma: Lo sai che la colpa è tutta tua?
Biancofiore: Ah, venghi bene!
Mamma Roma: De tutto quello che è, ognuno è la colpa sua, lo sai sì?
Biancofiore: Embèh, è ‘na cosa capita! Che vuoi fa la spia?
Mamma Roma: Sì, ma il male che fai te, per colpa tua, è come ‘na strada, dove camminano pure l’altri, pure quelli che nun ciànno colpa!
Biancofiore: Eh, porello, Ettore! Quann’è venuto ar mondo certo che lui nun ce voleva camminà, pe’ ‘sta strada! Sta’ sicura! Ma chi t’ha messo in testa tutte ‘ste fregnacce?
Mamma Roma: Un prete! Me pareva ‘na Bibbia vivente! Nun ho voluto ricomincià da zero! Che te credi, che nun l’ho capita? Li mortaci tua e de ‘sto cognac, m’hai fatto ubriacà!
Biancofiore: Addio, te saluto! Fatteli da sola, ‘sti esami de coscienza!
Mamma Roma: Ahioddio, che mal de panza! Ma che me so’ magnato? Er grasso der core!
Pittorretto: ‘A ventriloqua!
Mamma Roma: Che sei un cliente mio, te?
Pittorretto: No, io so’ de la Juventus!
Mamma Roma: N’ho avuti tanti ormai, che chi se li ricorda? Mica so’ l’anagrafe! Er primo è stato mi’ marito, er padre de Ettore …
Pittorretto: Perché? Hai trovato pure marito?
Mamma Roma: Era un giovanotto che ciaveva le sette bellezze …
Pittorretto: Sì, pure la rota de scorta!
Mamma Roma: Quando se semo sposati eravamo venti persone … Semo iti in chiesa uno alla volta, il primo è partito alle nove, e l’ultimo a mezzogiorno … Partivamo staccati dieci minuti uno dall’altro per nun dà nell’occhio … Perché mi’ marito era ricercato da la Polizia … Come se semo sposati nun ha fatto in tempo a dì de sì, che le guardie l’hanno preso …So’ rimasta lì, sull’altare, vergine!
Pittorretto: Il brutto era se rimanevi sverginata come Rosina!
Mamma Roma: E sai perché mi’ marito, er padre de Ettore, era un farabutto disgraziato?
Pittorretto: Boh, so’ cavoli sua!
Mamma Roma: Perché la madre era ‘na strozzina, e er padre un ladrone.
Pittorretto: Perché allora la madre era ‘na strozzina, e er padre un ladrone?
Mamma Roma: Perché er padre della madre era un boja e la madre della madre ‘n’ accattona, e la madre del padre ‘na ruffiana, e er padre der padre ‘na spia!
Pittorretto: Dio liberaci dal male!
Mamma Roma: Tutti morti de fame! Ecco perché! Certo se ciavevano i mezzi, erano tutte persone per bene! E allora de chi è la colpa? La responsabbilità?”
(Tratto dalla sceneggiatura originale - post ispirato da "NDP" La7 del 13/03/09)

4 commenti giovedì 12 marzo 2009


Ci conosciamo da sempre. A Roma da ragazzi abitavamo nello stesso quartiere, innamorati. Io sedici anni, lui ventidue. Marcello (Mastroianni) non lo ha mai dimenticato, anche perché una volta mentre ci baciavamo su una panchina, sorprese un guardone, lo affrontò, gli tirò un pugno, quello si scansò... e Marcello colpì un tronco d' albero. Così negli anni ogni volta che quel pollice gli ha fatto male si è ricordato di me

0 commenti lunedì 2 marzo 2009


Dopo ore di attesa ad un incrocio desolato, perso nel nulla della steppa nuorese, mi segnalarono via radio di indossare la mascherina perchè mancava appena un minuto. Il sole basso all'orizzonte sembrava in attesa anche lui dello spettacolo. Indossata la protezione al viso diedi un'ultima occhiata, mi voltai cercando di coprire con lo sguardo tutta la pianura, non c'era anima viva. La mattina a bordo del range rover avevamo fatto tappa a tutti i capanni dei pastori. Non avrei mai immaginato che una jeep di quelle dimensioni riuscisse a passare tra rocce, guadi e mulattiere. Tutti i pastori accoglievano il nostro avviso come una condanna a cui oramai si erano rassegnati. Lo sguardo fiero doveva soccombere alle ragioni di stato che avevano fatto di quelle terre, già di per se poco generose, la discarica delle forze armate. Spesso ci imbattevamo in giovani, giovanissimi pastori. Il ricordo che ho di loro può sembrare stereotipato ma l'umiltà della condizione unita all'orgoglio sardo li rendevano veri, rispettabili, ancora padroni della condizione umana.
Iniziarono il conto alla rovescia, Da quel momento fissai lo sguardo in direzione della collinetta dove avevano insabbiato quintali di materiale esplosivo scaduto. Dalla dinamite stipata dopo la fine della grande guerra agli ordigni inutilizzati durante l'ultimo conflitto mondiale. Anni e anni di potenziali distruzioni erano rimaste nelle polveriere di mezza Italia ed oggi si sarebbero congedate in tutto il loro tragico splendore. Tre, due, uno...si sollevò un fungo di polvere alto decine di metri. Furono attimi di silenzio assoluto, il frastuono dell'esplosione viaggiò velocemente sui fili derba. Un anello di vento e tuono si dilatò fino a travolgermi. Caddi a terra picchiando il sedere con un sorriso di meraviglia. Fu uno spettacolo inimmaginabile ma che dovetti frettolosamente archiviare tra i ricordi. Mi accorsi che la colonna di fumo e terra si stava dirigendo verso di me sospinta dal vento. Improvvisamente mi ritrovai a fuggire come un disperato e come un disperato non avevo riflettuto sulle mie poche possibilità di scampo. Il buio durò qualche secondo, poi una luce pallida mi restituì la realtà. Come un superstite mi ritrovai solo. Ero coperto di terra dalla testa ai piedi ed intorno a me il silenzio. L'esplosione aveva fatto le sue vittime, lungo la strada giacevano decine di uccelli morti e un'altra piccola parte del bimbo che ero.

0 commenti mercoledì 25 febbraio 2009


"Lavorando in un film inglese, capitai in un castello non lontano da Londra: ci era nato Winston Churchill. Come tanti castelli inglesi, era stato trasformato in un museo dove per entrare si paga. Nella stanza dov'era nato, c'era il letto di Churchill, protetto dal classico cordone rosso che il pubblico non può oltrepassare. Ma in quei giorni il castello era "requisito" dalla nostra troupe cinematografica. Bene. Per farla breve, dopo due giorni io già dormivo in quel letto.
Certo, la cosa può apparire volgare (e infatti il cinema ha spesso aspetti brutali). Ma d'altra parte, che danno avrò mai fatto a quel letto? Ci nacque Churchill, e poi ci ha dormito Mastroianni."
Marcello Mastroianni - "Mi ricordo, sì, io mi ricordo"