7
commenti
giovedì 15 maggio 2008
(tratto dallo spettacolo “Appunti per un film sulla lotta di classe” di Ascanio Celestini.)
7
commenti
giovedì 15 maggio 2008
16
commenti
giovedì 8 maggio 2008

Nonostante mi fossi svegliato da pochi minuti, il puzzo di zi' Cesare aveva sortito l'effetto di una tazza di caffè. La nonna Laura mi aveva svegliato come ogni mattina facendomi trovare sulla tavola la solita fetta di pane e pomodoro. Il piatto bianco presentava questa grossa fetta rossa, inzuppata, coperta di semini di pomodoro come fossero lentiggini e, sul bordo, il pomodoro strizzato. Infatti era abitudine di Laura invitarmi a mangiare tutto, anche quel che restava del pomo maturo ma, era difficile strappare il primo morso con zì Cesare a poco più di un palmo.
Come ogni mese, nell'andare a ritirare la pensione presso il piccolo ufficio postale di San Silvestro, faceva sosta presso zi' Guido, il cognato, mio nonno. Infatti la camminata di appena due chilometri era tutta in salita e, per la sua età, non era facile impresa. Arrivava e, trafelato, si accomodava soddisfatto per la consueta ospitalità che gli veniva riservata. Appena entrava al fresco del piano interrato mio nonno lo salutava sorridendo e, con un gesto ormai consueto a Laurina, dava disposizione di servirgli il solito bicchiere di rosso. Seduti intorno al tavolo scambiavano le solite chiacchiere sulla stagione calda, sulla maturazione dei frutti o, andavano a ricordare i tempi che furono dove, nonostante la fame, la giovane età era sufficiente a giustificarne il rimpianto. Nonno Guido non beveva mai prima di pranzo, figuriamoci alle 8:30 del mattino ma, per zì Cesare, era carburante necessario al raggiungimento dell'ufficio postale. Il grosso naso butterato cambiava tonalità man mano che il livello del vino scendeva nel bicchiere e, ancor più particolare, era il grosso bernoccolo che sporgeva sovrano sulla testa liscia. Le dimensioni erano impressionanti, grosso come le biglie da spiaggia, tanto che nell'osservarlo immaginavo di scorgere il volto di Gimondi. Sapeva della curiosità che provocava quel ficozzo e se ne divertiva lui stesso. Spesso era usato come riferimento nelle varie zuffe che avevo con mio fratello: "guarda che te faccio venì 'n bozzo come a zi' Cesare!" e lui "seee, ma se je l'ho fatto venì io!" e si andava avanti fino alla minaccia finale: "mo te faccio tutto 'n bozzo!".
Altra peculiarità era, appunto, l'odore della sua pelle. Quella scorza rugosa, tosta come il cuoio, perennemente bruciata dal sole, dopo l'ardua camminata era ricoperta di sudore che con la polvere e la terra raccolta generavaun lezzo forte che saliva minaccioso su per il naso. Non ci si abituava a quel tanfo ma, a dire il vero, non raggiungeva mai l'insopportabilità, come se fosse un puzzo nobile derivato dalla fatica, dall'età, da abitudine vecchie come zi' Cesare.
Finì l'ultimo sorso di vino e, rigenerato dalla sosta, era pronto per lo strappo finale. Salutò e ringraziò i nonni, mi diede un pizzicotto con le dita dure e raspose e lo vidi allontanarsi con il bernoccolo che luccicava per la luce riflessa.
Afferrai il pane e iniziai la mia colazione
37
commenti
martedì 6 maggio 2008

Aveva preso il caffè e, come fosse suonata la sirena di fine turno, si alzò per incontrare i suoi compari. Io sapevo che da lì a poco lo avrei potuto raggiungere al tavolo del bar per "scroccare" il solito gelato al biscotto. Infatti aspettai 10 minuti e, dopo uno sguardo d'intesa con la nonna, corsi fuori. Le scale erano perennemente all'ombra e il granito degli scalini anticipava, lungo le gambe scoperte, il refrigerio che da li a poco mi avrebbe regalato il gelato. Appena aperto il portone d'ingresso della vecchia palazzina, sbattei contro l'afa d'agosto. Mi guardai in giro alla ricerca di Andrea e Giampiero, erano loro ad avermi iniziato all'opera estorsiva, ma rimasi deluso. Allora, nonostante l'imbarazzo nell'esser solo, mi inccaminai lungo la breve salita per il bar Borgo Rosso. L'insegna riportava una falce e martello rossa su sfondo bianco e, all'interno del cortile c'erano cinque tavoli gremiti. Ad ogni tavolo sedevano le 2 coppie di giocatori e tutt'intorno un crocchio di vecchietti pronti a dire la loro su ogni errore "tattico". Già dalla salita sentivo le nocche ossute degli anziani contendenti. Suonavano a intervalli regolari come i fuochi per la festa del patrono. Spesso con i miei cugini avevamo cercato di imitarli nel tirare giù il "carico" ma il dolore ci invitava a desistere. Quelle mani, rugose, vissute, avevano lavorato e perso ogni sensibilità. Erano cresciute coltivando la terra d'abruzzo, facendo una guerra e allevando una squadra di bimbi. Avevano sopportato il freddo dei campi invernali e si erano seccate al sole cocente che ogni estate faceva la gioia dei bagnanti romani.
Tra un colpo e l'altro mi avvicinai al tavolo del nonno. Diego lanciò subito uno sguardo d'intesa verso gli altri giocatori come ad avvertirli del mio arrivo. Quei tavoli spesso erano testimoni di riti esoterici dove, ad ogni giro di bevuta da saldare, venivano invocati tutti i santi del paradiso. Appena gli fui di fianco si girò e mi rivolse un sorriso, la partita non era terminata ed io sapevo che avrei dovuto aspettare l'ultimo scarto. Appena conclusa la disfatta mio nonno mi allungo i soldi e mi disse di ordinare quattro birre e di tenermi il resto. Mi si illuminarono gli occhi notando il biglietto da 5 mila lire. Entrai e Alfonzo, il proprietario del bar, il militante comunista da tutti chiamato Fonzi, mi aspettava al bancone con le birre già pronte. Una volta servito il tavolo del nonno, corsi di nuovo all'interno in direzione del frigo gelati. Spostai i lunghi cartoni dei ghiaccioli e afferrai il mio gelato al biscotto. Avevo vinto e le tasche erano gonfie di spicci, questa volta avrei avuto l'occasione per inserire il mio nome nei record del videogame.